03 – Capturing The Snakes

Four-Lined Snake [Elaphe Quatuorlineata] (Daniele Risio)
When winter is finally over and the spring sun begins to warm the earth, the hunt for snakes begins.

Aesculapian Snake [Elaphe Longhissima]
Western Whip Snake [Hierophis Viridiflavus]
Grass Snake [Natrix Natrix]
“Stop, snake! I need you for the Feast of San Domenico!” exclaims a certain Simone, upon seeing one of these creatures slithering across the road one day in April 1768. The quotation, from a story published in a leaflet from that period, may give the impression that capturing snakes is an easy matter, but that is not at all the case. It often happens that, after spending the day combing the countryside, a serparo, or snake catcher, goes home empty-handed.

snake catcher, 1950
snake catchers, 1985

The figure of the snake catcher was immortalized by the Italian poet and playwright Gabriele D’Annunzio in his tragic play La Fiaccola sotto il moggio (The Torch Under the Bushel). In that work, the snake catcher is a mythical figure—silent, alert, eagle-eyed, swift—who has inherited his skills from an ancient race descended from the son of the sorceress Circe. The people of the Marsica region—the Marsi, whose name means “snake handler” according to Pliny the Elder—were reputed to possess magical powers that enabled them to cure the victims of snake bites simply by touching the affected area.

A less reliable but frequently cited theory links the snake catcher with a local divinity, Angizia; a centre of worship dedicated to her was located at the site of the present-day town of Luco dei Marsi, which is not far from Cocullo. However, the argument that the name “Angizia” is related to the word “anguis”, which is Latin for “serpent”, is etymologically false, because the root of the goddess’s name is more correctly linked to that brief period in spring when the previous year’s supplies have been exhausted and a new harvest is not yet assured.

To better understand the history of the snake catcher, it is necessary to consider his ancestor the ciarallo, a figure from the Late Middle Ages. The ciarallo was a kind of holy man known throughout Europe, but more closely associated with southern Italy. He was believed to have inherited his powers or to have been initiated into them. The methods he used to capture and handle snakes, and to heal and protect people from their bites, were a closely guarded secret.

photo by Karl Mancini

Today’s snake catchers employ the same techniques as their ancient precursors, but the sacred and professional functions proper to the ciarallo have metamorphosed into a form of secular devotion expressed through participation in the snake ritual (a re-appropriation of ancient roots) and through a renewed respect for nature.

photo by Franz Gustincich
photo by Karl Mancini

03 – La Cattura Delle Serpi

Cervone [Elaphe Quatuorlineata], Daniele Risio
Appena dopo il disgelo, quando il tepore primaverile comincia a scaldare la terra, vuol dire che è tempo di andare per serpi.

Lattarina [Zamenis Longissimus]
Biacco [Hierophis Viridiflavus]
Biscia dal Collare [Natrix Natrix]
“… Fermati, serpe, perchè devi servire per la festa di San Domenico!” intimava Simone ad un ofide che gli attraversava la strada un giorno del mese di Aprile del 1768.
Leggendo questo episodio riportato in un libello dell’epoca, si può avere l’impressione che sia molto facile catturare i serpenti. In realtà così non è. La maggior parte delle volte, infatti, dopo aver battuto palmo a palmo la campagna, si rischia di ritornare a mani vuote.

serparo, 1950
serpari, 1985

“… Non fa sosta alle soglie. Passa. È frate del vento. Poco parla. Sa il fiato suo tenere. Piomba. Ha branca di nibbio, vista lunga. Piccol segno gli basta. Perchè triemi il filo d’erba capisce”.
Questo è il serparo descritto da Gabriele D’Annunzio nella tragedia “La fiaccola sotto il moggio”. Un personaggio mitico che deriva la sua arte, ereditariamente, da un’antica stirpe originata dal figlio di Circe. Quei Marsi, il cui nome vuol dire “maneggiatori di serpenti”, come riferiva Plinio il Vecchio, erano muniti di poteri magici tali da guarire i morsicati dai rettili con il solo toccamento.

Non attendibile, eppure frequente, è l’accostamento del serparo alla dea Angizia, divinità marsa e latina, venerata nella vicina Luco dei Marsi. Ma l’interpretazione che connette il nome di Angizia a quello di anguis, nome latino di serpente, è etimologicamente errata in quanto è più corretto associare la radice del nome della dea ai tempi stretti del periodo primaverile, quando le scorte della precedente stagione sono terminate e non è ancora assicurato il nuovo raccolto.

Per meglio comprendere la storia dei serpari è necessario risalire alla figura del “ciarallo”, il personaggio che compare nella elaborazione tardo medioevale.
Chi era costui? Era una figura sacrale di diffusione europea, ma più radicata nell’Italia meridionale, che derivava il suo potere da trasmissione ereditaria o da iniziazione, e che esercitava proprie tecniche segrete di cattura e di maneggiamento degli ofidi e, parallelamente, di cura e immunizzazione.

foto di Karl Mancini

I serpari di oggi conservano dei loro antichi predecessori le stesse tecniche, ma il ruolo sacrale e professionale proprio del “ciarallo” si è mutato in una forma di devozione laica e di partecipazione al rito che è, appunto, riappropriazione delle radici, in una forma di rinnovato rispetto per la natura.

foto di Franz Gustincich
foto di Karl Mancini