Archeologia

Corredo Funerario da Tomba Preromana

Corredo Funerario da Tomba Preromana

I dati archeologici raccolti fanno ritenere la zona di Cocullo frequentata già dalla preistoria. Sono infatti databili al Paleolitico inferiore-medio (circa 100.000 anni fa) gli strumenti litici trovati su tutta la dorsale montuosa ad est del paese attuale: Monte Pietrafitta, Rotta dei Bovi e Monte Prezza. Tali strumenti erano creati da bande di cacciatori nomadi che in questo periodo si spingevano all’interno della regione, anche a quote elevate, in cerca di grosse prede.

Appartiene all’età del ferro (primo millennio a.C.) un disco di fibula in bronzo con incisioni a svastica e una doppia fila di puntini sul margine, rinvenuto casualmente nei pressi di Casale, probabilmente proveniente da una tomba. Dal V sec.a.C. le popolazioni dell’Abruzzo cominciano a caratterizzarsi in etnie più precise: peligni, vestini, marsi, ecc. Gli studi più recenti tendono a collocare Cocullo e, in genere, la Valle del Sagittario, nell’ambito peligno, come rivelano alcune somiglianze tra tipologie tombali e materiali delle diverse zone.

I corredi tombali più antichi rinvenuti nei pressi di Cocullo confermano la presenza già in epoca arcaica (VI-V sec.a.C.) di un insediamento, forse lo stesso sviluppatosi nell’età del ferro. Purtroppo anche i dati relativi a questa fase risultano assai labili. Ignoriamo dove fosse il villaggio in quest’epoca, forse a monte della zona necropolare preromana, situata a sud-ovest dell’attuale frazione di Casale.

A partire dal IV sec. a.C. abbiamo un maggior numero di testimonianze archeologiche, tutte comunque provenienti da tombe. Il tipo di sepoltura attestato a Cocullo in questo periodo è quello a fossa rettangolare scavata nel terreno, foderata e ricoperta con lastroni di pietra, cosiddetta tomba “a cassone”. Il materiale rinvenuto risulta perlopiù di fabbricazione locale, è costituito da vasellame in terracotta e da pochi elementi in metallo, relativi soprattutto ad armi. Non sono stati rinvenuti vasi in metallo e gioielli, a parte in una sola tomba, più ricca, che conteneva ben 11 fibule in bronzo, un pendaglio in ambra raffigurante una testina femminile e granuli dello stesso materiale. Le tipologie dei materiali, tutti databili tra il IV e il III secolo a.C., sono riconducibili a modelli locali (come alcune coppe a vernice nera) o ad ambito territoriale più ampio (area picena e medio-adriatica). Tali confronti farebbero pensare ad un’area di contatti più ampia, non ristretta alla zona peligna e al vicino territorio dei marsi.
Possiamo senz’altro affermare che, allo stato attuale, il periodo preromano, attestato soprattutto da corredi funerari, è quello più documentato nel territorio di Cocullo. Un altro elemento a favore della presenza di un insediamento di epoca preromana nei pressi di Casale è dato dal ritrovamento della stipe votiva di un santuario, che poteva anche essere ubicato al di fuori del centro abitato ma comunque non lontano da esso. I bronzetti votivi rinvenuti, purtroppo dispersi, sembrano essere quelli che frequentemente si trovano nei santuari abruzzesi del periodo preromano.
Per quanto riguarda il periodo imperiale romano (dal I sec. a.C. in poi), quando l’attestazione di Strabone conferma la presenza di una polis nelle vicinanze della Via Valeria, i riscontri archeologici risultano ancora poco articolati. Oltre a incerti rinvenimenti di sepolture, abbiamo per il periodo propriamente romano testimonianze di strutture di tipo abitativo, relative forse all’insediamento urbano. Il De Nino parla di un “pago” (villaggio) da supporre nei pressi di Triana. Il dato più certo per l’ubicazione di strutture insediative dell’età romana risale alla fine degli anni ‘50, quando risulta, dai documenti di archivio, la scoperta di un pavimento a mosaico nella frazione di Casale. Doveva trattarsi di un semplice tessellato bianco, riferibile comunque all’età romana. Il pavimento potrebbe far parte di un edificio isolato o, più probabilmente, di un nucleo abitativo più esteso, ma la scarsità di dati attualmente in nostro possesso non permette ipotesi più precise. La zona è comunque ancor oggi assai ricca in superficie di frammenti ceramici di età romana, soprattutto laterizi (tegole, coppi).

cocullo - reperti

Le notizie relative alle necropoli della stessa epoca sono scarse, ma la presenza di tombe ad incinerazione nella zona, come testimonia l’urna cineraria a cofanetto citata dal De Nino, e le attestazioni epigrafiche funerarie, databili sempre allo stesso periodo, portano ad identificare nei pressi di Casale anche la zona di sepoltura del I-II secolo d.C.
Sarebbe dunque la necropoli relativa alla città citata da Strabone, posta nei pressi della Via Valeria e gravitante probabilmente verso la contigua Valle Peligna. Infatti secondo alcuni studiosi, non essendo il territorio di Cocullo municipalizzato in età romana, si può pensare che facesse parte dell’agro sulmonese o comunque del comprensorio peligno, dal momento che le pur scarse attestazioni epigrafiche forniscono nomi appartenenti a gentes conosciute nei coevi municipi romani di Sulmo e Corfinium.
Per quanto riguarda la viabilità, De Nino accenna ai resti di una strada antica nella zona di Castiglioni, Costa Larga e la Defensa, zone di media altura collocabili a nord-est dell’attuale abitato di Casale. Egli dice che il nome corrente di tale strada è Via Saracena, tagliata in parte nella roccia, larga circa otto metri. Sempre come collegamento in senso nord-sud, il Wonterghem cita una strada che da Statulae (presso Goriano Sicoli) e provenendo dalla conca subequana, si dirigeva verso Cocullo e poi Anversa, coincidendo quindi con la precedente. La repubblicana Via Valeria citata da Strabone, prima del suo rinnovamento ad opera dell’imperatore Claudio (metà del I sec. d.C.), doveva provenire da Marruvium (San Benedetto dei Marsi), attraversare il valico di Carrito e passare nelle vicinanze del centro abitato dell’antica Cocullo, come dice Strabone, cioè vicino, circa a sei miglia romane. Proseguiva poi per Corfinio e la costa adriatica.