La Figura Di San Domenico Abate

(da “S.Domenico Abate Protettore di Cocullo” del Sac. Adolfo Angelucci)

statua San Domenico

statua San Domenico

L’anno 951 nacque a Foligno un bambino dal dottore in Legge Giovanni e da Apa o Ampa, come dicono alcuni autori, sotto il pontificato di Agapito II, regnando l’Imperatore Ottone I.
I genitori iniziarono il loro bambino, cui fu imposto il nome di Domenico, alla vita di pietà di cui erano ripieni i loro generosi cuori e, affinché tale vita non solo non andasse perduta, ma fosse sempre più sviluppata nel loro bambino, lo affidarono ai monaci di San Benedetto, che, nel monastero della SS. Trinità, alla periferia di Foligno, vivevano nella perfetta osservanza. Il santo ragazzo doveva forgiarsi negli studi e nel santo timore di Dio.
In tale Monastero San Domenico trovò terreno adatto per coltivarsi all’alto destino di santità cui Dio lo chiamava e per il solerte ed amoroso magistero di quei monaci e per la ferma e decisa volontà dimostrata dal fanciullo santo.
In poco tempo si distinse tra i suoi compagni per lo studio, disciplina, pietà, mettendo in mostra le sue elette virtù e la piena illibatezza dei suoi costumi.

antica medaglia a ricordo del Santo

Egli aveva detto al Signore: “Mostrami il cammino della mia vita nel quale io possa viaggiare tranquillo e giungere fino a te”. E questa grazia gli fu concessa dal Signore. Aspirando a vita più perfetta e santa, si staccò dalla sua famiglia e dalla terra natia nella quale non mise più piede pur avendo vissuto per più di 80 anni.
Decise di ritirarsi, quindi, in un monastero dello stesso Ordine, nella Sabina, in un luogo detto S. Ammone o la Pietra del Demonio. I superiori, acconsentendo anche ai pii desideri del giovane San Domenico, lo rivestirono del santo abito religioso per mano del santo Abate Dionisio, nell’anno 974, quando San Domenico aveva 23 anni.
Terminato l’anno di noviziato, con sua più grande gioia e con edificazione di tutti, emise con gran fervore i voti religiosi di povertà, castità ed obbedienza.
I suoi superiori non tardarono a dargli un tangibile riconoscimento della sua santità e lo ammisero agli ordini sacri. Questo fatto chiamò San Domenico ad un maggiore impegno di perfezione e di santità. Intorno all’anno 980 i superiori lo destinarono al Monastero di Monte Cassino ove visse fra l’edificazione di quei santi monaci, con grande obbedienza verso l’Abate Aligerno. È difficile poter descrivere la profonda soddisfazione di San Domenico per questo suo trasferimento. Ma più di tutto ne gioì per la possibilità che gli veniva offerta di prostrasi a baciare l’urna che racchiude le spoglie mortali del gran Patriarca e fondatore dell’Ordine: San Benedetto.

Reliquia con molare del Santo

Fu proprio in quel monastero, situato su un monte, che San Domenico potè sentirsi maggiormente vicino al Signore, slanciandosi ancora di più verso le cime della santità.
Nonostante le continue asprezze della Regola, il lavoro ed i persistenti digiuni che logoravano il suo corpo, era sempre piacevole, affabile, ammirato da tutti per l’alto esempio di ogni virtù alle quali spronava anche gli altri generosamente.
Per poter vivere ancor più di penitenza e di solitudine, chiese ed ottenne dall’Abate Aligerno di trasferirsi sulla cima di un monte della Sabina, presso la terra di Scandriglia, dove però, scopertasi la sua straordinaria santità, il popolo cominciò a dar luogo ad un ininterrotto e sempre più crescente pellegrinaggio, dopo aver, con soddisfazione immensa, constatato che San Domenico era dispensatore delle grazie di Dio.
Cominciava ad avverarsi quella grande opera di intermediario tra l’uomo e Dio, che poi lo avrebbe fatto definire uno dei più prodigiosi taumaturghi.
Dietro le insistenze del marchese Uberto, padrone di molte terre della Sabina, e col permesso di papa Giovanni XV e dei suoi superiori, costruì un monastero presso Scandriglia, vestendo molte anime generose dello stesso suo abito e  lasciò loro alla obbedienza di Costanzo, benedettino di rara bontà e virtù.
San Domenico portò con sé frate Giovanni, monaco di santità riconosciuta, sul monte Pizzi. In questa zona costruì una chiesa in onore della SS. Purità e due piccoli eremitari ove si viveva una sola vita, quella della santità.
I fedeli, a loro spese, pregarono San Domenico di costruire altri due monasteri, uno vicino al monte Pizzi, e l’altro presso il fiume Aventino. Lasciati i monaci di provata virtù, andò lontano da tutti per vivere in incognito e fuggire gli applausi del mondo.

bassorilievo con lupo che restituisce il bambino – altare maggiore del Santuario

Nel suo cammino giunse nella terra di Valva, allora provincia dell’Abruzzo, nella Diocesi di Sulmona. Dopo aver girato per trovare un luogo che gli assicurasse solitudine e raccoglimento, si fermò a Prato Cardoso, una zona presso Castel di Sangro, ove fondò una chiesa ed un monastero: quello di San Pietro Avellana. In seguito si trasferì in altra zona, nei pressi di Villalago e fondò una chiesa chiamata San Pietro del Lago. San Domenico, intanto, si ritirò in una grotta non molto distante dalla chiesa. Il Signore lo compensò con molte visioni singolari che rivelò ad un suo confidente, ma sotto sigillo fino alla sua morte.
Dopo sei anni di permanenza in quella grotta, fu fatto oggetto di persecuzione da parte di alcuni eretici e nemici del nome cristiano, per invidia e gelosia dei numerosissimi miracoli da lui operati.
Così, portando con sé una mula, partì alla volta di Cocullo inseguito dagli eretici, che erano intenzionati ad ucciderlo. Ma il Santo interpose tra sè e gli inseguitori la presenza di un orso, impedendo loro l’inseguimento per qualche tempo. Si imbattè in un contadino che seminava fave e lo pregò, nel caso che alcuni uomini armati fossero passati di lì, di dire che lo aveva visto passare mentre egli seminava le fave, e si nascose nella capanna del contadino. Ma quando gli inseguitori sentirono dal contadino che un frate era passato di là mentre seminava le fave e accortisi che esse erano già cresciute e fiorite, rinunciarono ai loro cattivi propositi. A metà strada tra Cocullo ed Anversa degli Abruzzi incontrò poi una povera donna che andava al mulino per macinare un sacchetto di grano. San Domenico ne chiese un po’ per la sua mula. La povera vecchia non se lo fece dire due volte. Ma la sua meraviglia fu grande nel vedere che, al mulino, con un solo sacchetto riempì, grazie al miracolo di San Domenico, ben due grandi sacchi di farina.

ferro della mula

ferro della mula

Quindi san Domenico arrivò a Cocullo, soggetto al potere temporale di Celano. Secondo Strabone e Filippo Cruerio, questo paese era la fine del Lazio. All’ingresso del paese il santo si incontrò con molta povera gente che, gridando, rincorreva un lupo affamato che portava tra le mascelle il corpo di un bambino nato da poco e sottratto alla madre. Commosso dalle lacrime della povera donna, San Domenico comandò al lupo che lasciasse il corpicino. E subito il lupo, dimentico della sua ferocia, rilasciò il bambino senza alcun danno e lo restituì alla mamma.
Quella gente dormiva in rozze capanne o all’aperto. Frequenti erano i casi di persone morsicate da serpenti e da vipere di cui la zona era piena, com’è piena tutt’ora.  San Domenico operò molti miracoli liberando poveri disgraziati che erano stati morsi dalle vipere o da cani rabbiosi. Liberò alcune donne che, dormendo in aperta campagna, avevano avuto il latte materno succhiato dalle serpi ed a qualcuna erano addirittura penetrate nello stomaco.
Durante la permanenza a Cocullo fece rimettere il ferro alla mula dal maniscalco locale il quale, trattandosi di un forestiero, sperava di spuntare un prezzo superiore al normale. Quando si trattò del pagamento, alla richiesta di un prezzo impossibile, il Santo ordinò alla mula di restituire il ferro. Con una scrollata di zampe, il ferro si schiodò miracolosamente. I locali lo conservarono e tutt’ora lo si può ammirare nel santuario dedicato al Santo.
Ma san Domenico doveva lasciare Cocullo perchè aveva da portare a termine altri programmi. Figurarsi le rimostranze dei cocullesi quando lo seppero. Ma, vista la ferma determinazione del santo, lo pregarono di lasciare loro qualcosa che li proteggesse contro animali rabbiosi, velenosi o pericolosi. San Domenico si commosse e, portata la mano alla bocca, estrasse un dente molare e lo donò loro. Dente che si conserva, in monumento nazionale, con degna venerazione nella chiesa a lui dedicata. I cocullesi accompagnarono san Domenico fino al territorio di Roma ove stette per tre anni, in una caverna presso il castello di Trisulti, ove fu nutrito da un angelo. Per incarico divino, diede inizio alla costruzione di numerosi monasteri e chiese, tra cui quello di Sora dove riposano le sue spoglie mortali.
San Domenico morì il 22 Gennaio 1031 all’età di 80 anni e mezzo. Oltre al santo dente ed al ferro della mula,  anche un ossetto del corpo di San Domenico è conservato nel Santuario consacrato al Signore e dedicato al Santo l’11 Settembre 1746 dal Vescovo di Valva e Sulmona mons. Pietrantonio Corsignani.
In questo santuario Dio glorifica il suo servo con assidui miracoli a pro dei devoti che continuamente vi accorrono per essere preservati o liberati dalla rabbia,  veleni e dolori di denti. Chiunque sia venuto in passato o venga ora al santuario di San Domenico è stato o è esaudito. Tutti fanno toccare dal santo dente laccetti, corone, pane, cereali per gli animali. Dice una cronistoria: “Non solamente nel regno di Napoli, ma nello stato papale, nella Lombardia ed in altri stati o regni lontani si stima felice chi tiene qualche devozione legata al santo dente. Né deve tacersi, a gloria di Dio e del santo, che in tutto il territorio di Cocullo, benchè vi si rinvengano animali velenosi (serpi, vipere, aspidi ed ogni altra specie) pure sono così familiari come puossi vedere il primo Giovedì di Maggio che quei cittadini domesticamente li trattano, ci scherzano, ponendoli eziandio in bocca, senza nessun nocumento”.

Interno della Chiesa

Molti i miracoli registrati nel tempo.
Anni fa, in Giuliano di Roma, fu spacciato latte di una mucca morsicata da un cane rabbioso. Si era nel cuore dell’inverno e Cocullo era sotto una pesante sferza di bufera di neve. Si videro arrivare questi giulianesi con tutti i treni e con auto. Vi era quasi tutto il paese, compreso i bambini, i vecchi e persino i paralitici ai quali furono amministrati i santi sacramenti della penitenza e dell’Eucarestia entro le auto e la sala d’aspetto della stazione ferroviaria, non potendo recarsi di persona al Santuario.
Per grazia di Dio e per intercessione di San Domenico, nonché per la grande fede di quella gente, nessuno riportò danni per aver bevuto quel latte.
Qualche anno fa, cacciatori di Sora, portavano sei cani per farli toccare dal ferro della mula di san Domenico, avendo lottato con cani rabidi in battute di caccia. Partiti con una macchina da Sora, furono indotti più volte a tornare indietro pr il grande strepito che i cani facevano entro la macchina, durante il viaggio. Ma appena  la macchina, giunta sul Roccione, si trovò Cocullo di fronte, quelle povere bestie si calmarono e zittirono da far rimanere meravigliati gli stessi padroni che scesero tranquillamente fino al santuario.

5.

Rito della campanella

 

Quattro anni or sono, il giovane cocullese Caiazzo Delfino, che si trovava nella selva di Cocullo per alcuni lavori, fu morsicato da un aspide ad un piede. Il ricorso alla medicina, ma, più di tutto la sua grande fiducia in San Domenico, lo hanno salvato da sicura morte.
In tanti anni della mia permanenza in questa parrocchia, ho visto migliaia di persone morsicate da vipere e serpenti in genere; morsicate da cani rabbiosi, da gatti e da somari. Ho passato per migliaia di volte la reliquia del santo dente sulle miserie umane. Ma quello che mi ha sempre colpito è stata la grande devozione, la grande fiducia, la profonda religiosità di questi esseri umani che, oltre al tocco della reliquia santa, hanno portato sempre con sé, tornando a casa, anche quello di Cristo Eucarestia.

1.Devozione a San Domenico

cartolina del 1940